Perché Santi tra le mani

Vi siete mai trovati fra le mani un santino?
Naturalmente non quelli odierni, magari che conservava vs nonna?
Bene voglio farvi riflettere su un punto .
Quel santino è molto più di un "pezzo di carta".
Non rappresenta solo un immagine da coservare .
Immaginate solo per un momento perchè vi ritrovate quel santino, perchè qualcuno lo ha conservato gelosamente !
Perchè magari gli è stato donato da una persona cara, o solo perchè era devoto a quel santo.
*Ma la cosa affascinante è il ritrovare su alcuni di essi scritte in bella o brutta grafia, frasi di preghiera, di augurio, di ricordo o di dedizione o magari solo una firma o una data.
Per lo più a volte sono parole semplici o anche forbite poesie magari in rima . Quindi testimoniano una fede autentica e un epoca che è passata.*(frase del collezionista Mario Tasca)
Per non parlare poi della loro bellezza intrinseca santini fatti a mano, disegnati e colorati da mani leggere e esperte, da artisti per lo più ignoti che hanno creato piccoli capolavori .
In questo mio blog, oltre a presentare la mia collezione che potete visionare nella slide a destra settimanalmente, prenderò in esame un santino o un argomento che mi sta più a cuore cercando di darvi più notizie possibili.
Ovviamente si accettano commenti critiche suggerimenti e approvazioni.
Buona lettura!

FRASI CELEBRI

"Chi è
capace di creare immagini,
come e quando vuole,
non conosce la tristezza
della realtà quotidiana
e può dar libero sfogo
alla magia delle sue allucinazioni"
S.Dalì

Ogni grande opera d'arte ha due facce, una per il proprio tempo e una per il futuro, per l'eternità
Daniel Barenboim

Si usa uno specchio di vetro per guardare il viso e si usano le opere d'arte per guardare la propria anima.
George Bernard Shaw
Vivere nel mondo senza diventare consapevoli del suo significato è come aggirarsi in una grande biblioteca senza toccarne i libri.
[Manly P. Hall]
"Il SAPERE rende LIBERI è l'Ignoranza che rende PRIGIONIERI".
Socrate


PREFAZIONE
LA FILICONIOMANIA DI GIOVANNI BATTISTA BONDESAN

E' l'interesse per la cultura in generale, e la forte passione per un prezioso settore storico ed artistico purtroppo trascurato che a partire dal 2002 ha impegnato con fervore singolare Giovanni Battista in una rigorosa, approfondita e puntuale ricerca.
La quale non si è svolta in un ambito ristretto, ma via via si è estesa ai Santuari, alle Chiese, agli Archivi, alle Biblioteche, ecc. ecc. fino alle persone interessate e sensibili, da quelle colte e titolate alle più semplici, depositarie "spesso" di Immaginette devozionali, conservate gelosamente e ordinate per il gusto di collezionare e per il piacere di conservare il ricordo tramandato.
Si tratta a mio avviso di una "mania" encomiabile, che va molto apprezzata e sostenuta per un duplice motivo.
Il primo consiste nel fatto che Bondesan con le sue originali ricerche, sempre rigorosamente documentate, sta arricchendo con nuovi contributi questo significativo settore dimostrando tra l'altro, come l'arte "dei Pezzettini di Carta" non è "Minore" ma esprime con la più alta dignità l'evoluzione della cultura e l'intreccio tra la componente Cattolica Cristiana e l'influenza di impliciti elementi del Classicismo Greco e del Giudaismo sino a cogliere talvolta sottili implicanze con alcune espressioni della cultura Massonica.
Ritengo che siano soprattutto validi i suoi efficaci interventi chiarificatori sui significati della complessa ricca ed insieme misteriosa simbologia ricorrente.
Il secondo motivo, anche da lodare sta nella opportuna e instancabile divulgazione degli esiti via via acquisiti con le sue faticose ricerche e con studi approfonditi sia attraverso il dialogo con tutti coloro che si interessano di queste problematiche sia in occasione dei convegni che nei chiari e frequenti interventi sul Blog.
In conclusione auguro a Giovanni Battista di raccogliere finalmente tutte le soddisfazioni che merita, in quanto giovane studioso e che possa continuare ad arricchire con il suo esemplare entusiasmo.
Professor Vittoriano Caporale
Ordinario in quiescenza di Storia della Pedagogia Università di Bari e già Docente di Storia delle Tradizioni Popolari Università di Taranto sede distaccata di Bari.

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mercoledì 2 novembre 2011

I cataloghi dei santini

Il primo catalogo di santini è stato presentato nel novembre del 2009  nella sala Marconi della radio vaticana
 "Primo Catalogo Guida Internazionale dei Santini" edizione bilingue italiano-inglese (editore C.I.F. srl - UNIFICATO) http://shop.unificato.it/catalogo/prodotto.asp?Cod=948.
Si tratta di una classificazione, con relativa quotazione indicativa, di oltre 2000 preziosissime immaginette sacre, provenienti da diversi paesi tra cui Italia, Francia, Germania, Spagna, Paesi Bassi, Svizzera, Stati Uniti, Russia, Cuba e America Latina. Una guida completa, per collezionare, catalogare, restaurare e conoscere il valore dei santini, anche quelli raccolti e custoditi dai nostri nonni, e che non mancano in ogni famiglia italiana.
Il catalogo riproduce preziose xilografie del Cinquecento, pregiate e ricercate incisioni fiamminghe del XVI e XVII secolo, le prime miniature acquarellate, nonché la vasta produzione di santini dell’Ottocento fino ai primi del Novecento.
In moltissimi casi, per la prima volta, vengono pubblicati e catalogati dei pezzi unici, manufatti di area conventuale del Settecento e Ottocento.
Il volume,  è suddiviso in nove capitoli che ripercorrono la storia dei santini. Si apre con i primi esemplari del Cinquecento e si chiude con le "Perle", cioè con quelle immaginette sacre insolite e preziose, sia per l’utilizzo di materiali pregiati (santini su stoffa, con oro, ed altro) e per le tecniche di produzione (collage, canivet, santini traforati di pizzo con sorpresa, tridimensionali, ecc.).
Questo Primo Catalogo Internazionale dei Santini, dà valore di storicità alla forma più diffusa e popolare di trasmissione della preghiera, di venerazione e culto delle immagini dei santi.
Inoltre il volume di UNIFICATO fa emergere l’aspetto più singolare e forse meno conosciuto dei santini, che è costituito dalla loro bellezza artistica.
E poter contemplare oltre cinquecento anni di immaginette sacre non è solo un servizio alla memoria storica, ma una grande opportunità per indagare nel mistero della bellezza dell’arte sacra.

A distanza di un anno dal primo nel ottobre del 2010 è nato il secondo catalogo della Unificato "SANTINI DEL '900".
E’ il catalogo-guida, con le quotazioni di tutte le tipologie, dei Santini dagli inizi del 1900 sino al 1980 c.a. Il volume è anche la prosecuzione e il naturale completamento del 1° Catalogo Internazionale dei Santini, pubblicato con successo lo scorso anno, che analizza e classifica i santini dei secoli precedenti.
Otto capitoli, suddivisi in base alle varie tematiche (la Nascita, Morte e Resurrezione di Gesù, la Madonna, i Santi e le Sante, il Sacro Cuore di Gesù e Maria, gli Angeli e l’Eucarestia, ecc.), compreso l’interessante capitolo dedicato alle PERLE DEL NOVECENTO, ossia ai santini più preziosi e ricercati di questo secolo.
Completa l’opera, bilingue italiano/inglese, una vasta bibliografia, gli indici con l’elenco delle case editrici presenti nei vari capitoli e l’elenco dei Santi in ordine alfabetico.
 Più di 1.200 riproduzioni a colori di immaginette sacre del Novecento, con le serie più ricercate e collezionate dei vari editori (Lega Eucaristica, AR, EB, Egim, NB BASEVI, BN MARCONI, Spes, Fratelli Bonella, Ave, Salvardi, Litografia San Giuseppe e Immacolata Concezione, Stab. Pezzini, Beato Angelico, Pia Società San Paolo, ecc.) e i santini del periodo delle due Guerre Mondiali. Un percorso davvero affascinante nella storia del Novecento !!!
Con l’aiuto del catalogo sarà più facile organizzare la propria collezione e conoscere il valore dei Santini conservati tra le cose più care.
I cataloghi si fanno leggere piacevolmente, per chi vuole scoprire tutti i segreti di questo fantastico mondo.Personalmente li ho trovati molto utili, soprattutto per dare un valore alla mia collezione.

Può darci le linee guida, per  collezionare i nostri santini e soprattutto per chi è alle prime armi e non conosce tutto, troverà ottime risposte alle sue curiosità.

Gianni Bondesan   

martedì 1 novembre 2011

Santi (forse) non veri

Così come ho scritto nel titolo in questo post troverete alcuni santi che secondo alcuni studi non sarebbero mai esistiti o che sono riconducibili a dei pagani.


Sant'Andrea
non vi sono riscontri storici circa alcun personaggio a guida di alcun movimento messianico di I° secolo di nome Andrea.
Il suo viaggio in Britannia (da cui la croce di Sant'Andrea) pare improponibile così come la morte in tarda età.
La croce eponima era un simbolo pagano del sole presente in molte popolazioni antecedenti al santo presente in India, in Cananea, Egitto, Roma.
La figura di sant'andrea deriva da quella di Andara o Andvara, altro nome del dio scandinavo Thor identificabile con il sumerico Indara e l'indico Indra


Sant'Anna
Sovente rsaffigurata in quanto Metterza(messa per terza) a formare una triade (trinità) con la madonna e Gesù bambino, è emblema della maternità, una delle varie forme con cui la Grande Madre del Paganesimo si è ripresentata "sotto mentite spoglie" nel Cristianesimo. Altra forma della Grande Madre/sant'Anna è la figura, di origine celtica, chiamata Anna, proprio nelle isole britanniche A(n)na era la dività della rinascita,della fertilità chiamata anche Dana variante di Dinah.
Curiosamente anche sant'Anna(madre di Maria) veniva chiamata Dinah.
La figura dell'Anna celtica è di origine fenicia in quanto deriva da Barat- A(n)na a sua volta derivata dalla sumerica Anty(m).
San Gioacchino
Gioacchino (in ebraico Jojakim) non è mai nominato nei testi biblici canonici; la sua storia è narrata negli apocrifi: il Protovangelo di Giacomo (del 150 circa), il Vangelo dello pseudo-Matteo o Liber de ortu beatae Mariae Virginis (del V secolo) e l'Evangelium de nativitate Mariae (del VI secolo). A questi testi si sono poi ispirati gli scritti di sant'Agostino, di papa Innocenzo I e soprattutto la Legenda aurea di Iacopo da Varagine che ebbe grande diffusione e che rese popolare la figura del patriarca.
L'atteggiamento ufficiale della Chiesa cattolica nei confronti di Gioacchino è stato ambiguo: Giulio II autorizzò ai primi del Cinquecento la celebrazione della sua festa, che però mezzo secolo dopo Pio V soppresse. La festa fu ripristinata de Gregorio XV nel 1621 e solennemente confermata da Leone XIII. La data commemorativa è sempre stata il 16 agosto, ma viene più spesso commemorato con la moglie Anna, per cui papa Sisto IV ha fissato la data della memoria liturgica al 26 luglio. Le stesse date sono quelle della Chiesa anglicana.
Gioacchino è ricordato dalla Chiesa copta il 2 aprile; da quella maronita il 20 novembre, dalla Chiesa ortodossa siriaca il 25 luglio


San Benedetto da Norcia
Benedetto da Norcia, il santo del quale l’attuale papa porta il nome, in realtà non sarebbe mai esistito, afferma lo storico tedesco Johannes Fried in un’intervista al settimanale Die Zeit oggi in edicola. Il fondatore dell’ordine dei benedettini, considerato da sempre il padre spirituale dell’Occidente e dal 1964 proclamato patrono d’Europa da Paolo VI, «è una figura artificiale, il ricordo della quale è diventato una figura storica» afferma Fried. Dopo avere ripreso in esame i documenti sulla vita del monaco e santo tra i più importanti del cristianesimo, vissuto in Italia centrale tra il quarto e il quinto secolo, Fried si è convinto che in realtà si tratta di un «trapianto artificiale nella memoria collettiva». Il suo inventore, secondo Fried, è stato probabilmente qualcuno vissuto circa mezzo secolo più tardi nella cerchia di papa Gregorio Magno, molto interessato a rafforzare l’influenza dei monaci nella chiesa.Tutta la leggenda sulla vita di San Benedetto non ha nulla in comune con le normali vite dei santi, e quando compaiono eventi storici, il collegamento non sembra avere nessuna logica - afferma Fried - l’intera storia è raccontata nel linguaggio del mito ed è stilizzata simbolicamente.Johannes Fried, che dal 1996 al 2000 è stato presidente
dell’associazione degli storici tedeschi, è ritenuto uno dei principali medievisti tedeschi. Nato ad Amburgo nel 1942, dopo studi universitari a Heidelberg e specializzazione a Bologna e Modena, ha preso l’abilitazione all’insegnamento universitario a Heidelberg. Dal 1983 insegna storia del Medioevo a Francoforte sul Meno.
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Santi Domno e Domneone
Santi Domno e Domneone


Moretto, Madonna in trono col Bambino tra i santi Eusebia, Andrea, Domno e Domneone, 1536
Domno e Domneone sono due santi venerati dalla chiesa cattolica, inseriti nel Martirologio Romano da Cesare Baronio nel Cinquecento. Il loro culto, legato a quello di sant'Eusebia di Bergamo, è legato e circoscritto unicamente al loro luogo di venerazione, la chiesa di Sant'Andrea a Bergamo[1].

 

VENERAZIONE

In realtà, questi tre santi, compresa sant'Eusebia, non sono mai esistiti[1]. Il loro culto è dovuto alla riscoperta, avvenuta la domenica del 24 luglio 1401[2], di tre corpi sotto l'altare maggiore accompagnati da un'iscrizione, che recitava: "Hic Requiescunt in pa b m Domnio cum nepotibus suis Eusebia et Domnon. Dep Domno avus XVI K augus Eusebia III K novemb Domnio non ian". L'iscrizione può essere così completata: "Hic Requiescunt in pa[ce] b[onae] m[emoriae] Domnio cum nepotibus suis Eusebia et Domnon[e]. Dep[ositus] Domno avus XVI K[alendas] augus[tas] Eusebia III K[alendas] novemb[res] Domnio non[is] ian[uariis]"[1]. L'errata lettura della sigla "b m", interpretata come beati martyres, è all'origine della supposta esistenza di questi tre santi, per i quali in seguito si arrivò a costruire una apposita passio[1].

Nel 1648, lo studioso Carlo Ridolfi, mentre commenta la Madonna in trono col Bambino tra i santi Eusebia, Andrea, Domno e Domneone, tela del Moretto conservata nella chiesa, si premura di precisare che i santi Domno e Domneone sono i patroni della famiglia Claudia, proprietaria di una cappella in Sant'Andrea, mentre ritiene sant'Eusebia, al pari di sant'Andrea, sufficientemente nota, tanto da non richiedere spiegazioni[3]. È questo un dato importante per comprendere l'evoluzione del culto dei santi nel corso del tempo: in origine, come dimostra l'iscrizione trovata assieme ai corpi, Eusebia e Domnone (mutato in Domneone) erano nipoti di Domno. Col passare dei secoli, Domno e Domneone furono accostati in una coppia di santi, forse a causa dell'affinità del nome, mentre sant'Eusebia, probabilmente confusa con sante omonime, assunse un ruolo autonomo


Santa Filomena, Sant'Espedito, Santa Passera
riportate su documenti ufficiali ecclesiastici e, in seguito, smentite dopo approfonditi studi e indagini da parte del Vaticano.
Si tratta di santi mai esistiti, ovvero di come la cattiva interpretazione di testi, iscrizioni e manoscritti abbia generato confusione sull’origine di màrtiri, in seguito beatificati dalla Chiesa, generando un vero e proprio culto di reliquie con tanto di santuari e miracoli. Una di questi màrtiri è Santa Filomena, nome assai diffuso nel meridione ( ndr: anche due mie parenti si chiamano così ) proprio in virtù del suo culto e c’è da dire che in Campania, nel 1800, sorse un santuario ad essa dedicato e la sua fama valicò le Alpi, in Francia, dove tale Giovanni Battista Vianney, il curato d’Ars, ne divenne l’apostolo più convinto.
Migliaia di immaginette con le sue “storie” sui medaglioni : Filomena frustata a sangue, bersagliata dalle frecce che trafiggono invece i carnefici, sottoposta ad altre torture e, infine decapitata.

Tutto frutto di fervida fantasia legata alla tradizione dei vari martirologi; in fin dei conti le torture e le morti erano pressoché uguali per tutti i martiri cristiani e Filomena, dunque, non poteva esserne da meno.
Ma come avvenne tutto ciò?
Un infortunio, una errata traduzione di un iscrizione funeraria; nel 1802 nel cimitero di Priscilla fu estratto un mucchietto di ossa coperte con tre mattoni rettangolari che recavano, dipinta con vernice minio tra le figure dell’ancora e della palma, la formula augurale “.. Lumena ( primo mattone )Pax tecum (secondo mattone )Fi..( terzo mattone )”(che possiamo tradurre come : “esempio luminoso / la pace sia con te / fi..gli(a/o) mio).Si pensò che il necroforo, riutilizzandoli per chiudere un altro loculo, avesse distrattamente collocato per ultimo il primo mattone, impedendo di leggervi “ Filumena/Pax tecum” ( Filomena la pace sia con te ) e il dubbio divenne certezza quando, frammista alle ossa, fu rinvenuta una fiala che sembrava contenesse qualche goccia di sangue.Fatto sta che il canonico Francesco de Lucia portò le reliquie in provincia di Avellino e, in buona fede, le mise in una cassetta e le espose alla venerazione dei fedeli .
Poi, ascoltata una suora che diceva di aver avuto alcune rivelazioni su Santa Filomena (ormai la martire fu battezzata così), cominciò a scriverne la vita, sulla quale il folklore popolare ricavò un poemetto in 43 ottave e una canzone in 32 quartine che ebbero grande fortuna.Persino Benedetto Croce ricorda come il 7 novembre del 1849 il santuario fu visitato da Pio IX che vi celebrò messa e come il suddetto fu impreziosito dai regali di Ferdinando II e di Maria Teresa; non solo, ma persino Silvio Pellico le dedicò una poesiola. Il culto di Filomena era così intenso che nel 1837 la Congregazione dei riti le concesse per l’11 agosto la messa e l’ufficio “de communi”.Si contarono miracoli, tutti testimoniati, da parte di povera gente e non poche furono le devozioni dedicate a questa martire in gratitudine dei suoi favori.
Ma, col passare degli anni, l’entusiasmo popolare cominciò ad attenuarsi, il patrocinio di Filomena venne sempre meno invocato e il suo nome, nel 1961, fu depennato per ordine di Giovanni XXIII, non dal martirologio, nel quale non era mai stato incluso, ma dal calendario ecclesiastico.Non meno interessante è la storia di Sant’ Espedito.Si sa che il libraio Enrico Feliziani, che aveva bottega in via delle cornacchie a Roma nel 1800, pubblicò insieme al settimanale politico-religioso La Nuova Roma, anche una serie di opuscoli con la vita, i tridui e le novene in onore di un’altra vittima di Diocleziano, anch’essa ignorata dal martirologio. L’aveva chiamata S.Espedito e la sua immagine, scolpita in legno, modellata in cartapesta e dipinta, si vedeva in alcune chiese, tra le quali S.Vitale, dove veniva invocato come “ intercessore benigno nelle grandi necessità”.Aveva l’aspetto di un robusto tribuno romano, con la corazza, il cinturone, l’elmo e con la destra teneva una piccola croce con su scritto “hodie”, la palma del martirio con la sinistra e sotto i piedi un corvo che da una zampa mostrava il cartiglio con il terribile avvertimento “Cras”.Quello di S. Espedito fu, tuttavia, un culto di breve durata e circoscritto a Roma, non paragonabile a l’altro tributato per più di un secolo a Filomena.
Non si sa dove il Feliziani abbia attinto tali notizie su questo personaggio o quale fonte documentata lo abbia spinto a pubblicare la vicenda di Espedito ma, tuttavia, può certo spiegarlo una storiella che vado a raccontare anche se non fa ridere.Si diceva che le religiose di un monastero francese avevano manifestato a un ecclesiastico residente a Roma il desiderio di possedere il corpo di un martire cristiano sepolto nelle catacombe della capitale per onorarlo.Ottenutolo, questi inviò loro il seguente telegramma: “ Saint expediè arrivera demain”.
Le monache, credendo si trattasse del nome del martire, lo chiamarono Saint Expediè che, tradotto nella lingua italiana, divenne S.Espedito e tributarono a quei miseri resti gli onori di un santo.
Forse la storia andò proprio così ma non esiste la certezza del fatto anche perché il libraio di via delle cornacchie non spiegò mai dove aveva reperito le informazioni pubblicate su quel martire.Ma ancora più incredibile è la storia di San Passera ( a Roma c’è il vicolo di S.Passera; la voce che vuole la versione al femminile è del tutto arbitraria… ). La storia parte da due martiri, Ciro e Giovanni, un medico di Alessandria d’Egitto e un soldato di Emessa divenuto suo discepolo, che furono decapitati nel 303 a Canopo, durante la persecuzione di Diocleziano; ma sulla loro vita sono pervenute molte leggende con poche notizie che non hanno tuttavia impedito alla Chiesa Latina e Greca di commemorarne il martirio al 31 gennaio. Nella prima metà del V secolo il vescovo S.Cirillo fece trasferire le spoglie nella città di Menuthis (Egitto) divenuta in seguito famosa per i numerosi miracoli a loro attribuiti con troppa credulità e una settantina dei quali elencati, agli inizi del VII secolo, da Sofronio patriarca di Gerusalemme.Ma la testimonianza più probante del culto dei due martiri, rimane legata al nome di Abukir, deformazione di Abba Ciro, che sostituì l’altro di Menuthis.

Le loro reliquie furono traslate a Roma in un oratorio sulla via Portuense, dopodiché c’è un vuoto di circa due secoli. Successivamente, nel 1059, fu affidato alle Benedettine del monastero di S.Ciriaco, fu altresì concesso, nel 1452, ai canonici di S.Maria in via Lata i quali, ogni anno il 31 gennaio, dopo aver celebrato messa, ne celebravano allegramente la ricorrenza con un pranzo. Ma, fin dal 1376 il piccolo oratorio, il più antico e superstite dei cinque dedicati ai martiri alessandrini, era chiamato dal popolo con un nome diverso.Caduto nel dimenticatoio quello di Giovanni, attraverso le stesse alterazioni fonetiche che avevano trasformato i nomi dei SS. Cosma e Damiano in Cosimato (N.D.R.: la chiesa trasteverina è dedicata ad entrambi questi martiri e non al solo Cosimato peraltro mai esistito; d’altronde sulle deformazioni dei nomi di santi abbiamo più di un esempio nelle chiese veneziane: S.Zanipolo è la chiesa dei Santi Giovanni e Paolo, S.Stae è S. Eustachio).
Quindi dall’originario Abbas Cirus, poi Abba Ciro, Appaciro, Appacero, Pacero, Pacera, il nome di Ciro era diventato Passera, martire cristiano sotto Diocleziano. Tuttavia l’archeologo Armellini ritiene che detta deformazione derivi dal nome di S.Prassede, perché il 21 luglio, festa di questa santa, nell’oratorio si celebrava messa. Ma qualunque sia l’origine, fatto sta che il nome di Passera è rimasto di uso corrente, perché il Comune di Roma le ha intitolato una via e un vicolo del quartiere Portuense. L’oratorio riporta alcuni dipinti e affreschi interessanti e sull’architrave della cella sepolcrale è rimasta l’iscrizione “ Corpora sancta Cyri renitent hic atque Jhoannis / Quae quondam Romae dedit Alexandria magna”. Negli anni sessanta, infine, furono effettuati lavori di restauro e poi sospesi.
Chissà mai se riprenderanno i lavori per dare una definita sistemata a questo oratorio del VII secolo dedicato a San Passera…   

 
Gianni Bondesan

 

la storia di San Galgano


La Spada nella Roccia di San Galgano





La spada nella Roccia infissa nel 1180 da Galgano Guidotti sull'Eremo di Montesiepi.


Questo fu l’unico miracolo in vita di San Galgano, ma a distanza di oltre ottocento anni è ancora visibile.




Una straordinaria quanto sconosciuta reliquia del XII secolo, una spada nella roccia italiana.


Si tratta del corrispondente italiano della leggenda della spada nella roccia di re Artù, ma con note differenti: mentre la spada nella roccia venne estratta dal giovane Artù, questa spada venne conficcata nella roccia da San Galgano.




Si parla di uno dei luoghi più suggestivi della Toscana, a trenta chilometri da Massa Marittima, in provincia di Siena si trova la Rotonda di Montesiepi, così è chiamato il complesso dell’Eremo con la sua spada nella roccia, comprende anche le rovine di un’antichissima Abbazia Cistercense purtroppo in pessime condizioni, eretta nel 1182 nel posto dove San Galgano visse l’ultimo anno e lì dove infisse la sua spada nella roccia. L’Abbazia Cistercense fu eretta successivamente, attorno al 1218.


Purtroppo però dopo un paio di secoli cadde in rovina e, addirittura, il Commendatario Girolamo Vitelli, nel 1550, ne vendette il tetto in piombo.


Ci furono poi vari tentativi di ripristinare il convento ma, nel 1789, l’Abbazia venne sconsacrata e decadde definitivamente. Oggi le sue suggestive rovine infondono profonde emozioni, oramai si può mirare soltanto la sua struttura, oggi il suo soffitto sono le stelle ed il suo pavimento è un soffice prato verde.








La storia di San Galgano



E’ davvero interessante e ricca di significati profondi.
Galgano era un giovane di nobili origini, ma di ancor più nobili virtù.
Suo padre, Guidotto, lo lasciò orfano a giovane età, ma Galgano viveva con la sua madre Deonigia. Quando Galgano si convertì, la madre sognò San Michele Arcangelo che dolcemente le chiedeva di vestire a Cavaliere suo figlio, il quale sarebbe divenuto Cavaliere di Dio. Deonigia così fece e Galgano fu lieto ed onorato di seguire i comandi di San Michele, al quale era particolarmente devoto.


A distanza di tempo, quando era Cavaliere già valoroso, Galgano ebbe un sogno profetico.


Sognò San Michele, il quale gli disse: “seguitemi”.


Galgano ne fu lieto e prese a seguirlo sperando che fosse arrivato il momento in cui sarebbe divenuto Cavaliere di Dio, come disse il Santo nella visione della madre Deonigia.


Galgano seguiva il Santo giungendo fino ad un fiume. Arrivò davanti all’imbocco di un lungo ponte, il quale non si poteva superare se non a gran fatica. Sotto il ponte Galgano notò un mulino che girava spinto dalla corrente del fiume. Il mulino che gira sta a rappresentare gli eventi terreni che sono in continuo tumulto e agitazione, senza stabilità e del tutto transitorie.


Passando il ponte giunse ad uno stupendo prato fiorito e profumato, da lì continuò e gli parve di entrare nel sottosuolo. Quel luogo era Montesiepi e lì scorse una casupola circolare dove entrò. Al suo interno vi erano i Dodici Apostoli e, vicino a loro, un libro aperto; Galgano si avvicinò per leggerlo e vide queste parole: “Quoniam non cognovi licteraturam, introibo in potentias Domini, Domine memorabur iustitiae tuae solius”.


Alzando gli occhi, vide una visione meravigliosa ed estasiante.


Galgano chiese ai Dodici cosa fosse quella visione, Essi risposero che era Iddio e Uomo.


Udito che ebbe queste parole e meravigliato dalla visione, Galgano si svegliò.


Immediatamente corse, piangendo dalla gioia, a raccontare questa visione alla madre, supplicandola di partire insieme a lui alla volta di quel luogo della visione chiamato Montesiepi, assieme a maestri della lavorazione della pietra e del legname al fine di costruire quell’edificio mostratogli dall’Arcangelo e di dedicarlo alla Maestà Divina ed ai Dodici Apostoli.


Ma la madre non volle andare, erano in pieno inverno, il gelo e la scarsità di cibo la fece tentennare non poco, così Galgano prese il suo cavallo e partì da solo.


Il cammino era lungo ed arduo. Con grande stupore di Galgano, in un luogo non definito sulla via per il castello di Civitella, il suo cavallo s’arrestò e non volle muoversi per nessuna ragione; vani furono i tentativi del Santo di farlo avanzare, persino pungendolo con entrambi gli speroni.


Si stava facendo sera e Galgano dovette tornare indietro verso il castello della Pive di Luriano per alloggiarvi e passarvi la notte.


Il mattino seguente il Cavaliere riprese il viaggio ripercorrendo la strada per il castello di Civitella, ma allo stesso luogo del giorno precedente, il cavallo si fermò di nuovo e non volle continuare il cammino.


Allora Galgano scese da cavallo e, secondo la tradizione tramandataci dai frati di Montesiepi e giunta sino a noi, pronunciò la seguente preghiera:


“Creatore altissimo, principio di tutti e' principii, e che facesti lo mondo di quattro elementi, et che lo mondo, per li peccati degli uomini corrotto, per diluvio sì sanasti e purificasti, e che passare facesti lo tuo popolo e seme d'Abramo lo Mare Rosso a ppiedi secchi, e che, nel tempo de la plenitudine de la gratia, del seno del tuo Padre nel ventre de la Vergine Maria descendesti vestito de la nostra humanitade, e lo patibolo de la croce, li chiovi, e sputi, e fragellato e humiliato per ricomprarci sostenesti, e lo terzo dì resuscitando da morte a coloro che tti credettero apparisti, e che lo quadragesimo dì in cielo salisti, per cui comandamento e volontà tutte le cose procedono; drizzami ne le tue semite e ne la tua vita e nell'opere de' tuoi comandamenti, acciò che, al tuo servigio devotissimamente stando, lo promesso habito di cavaliere meriti d'acquistare, lo quale ne la visione mi mostrasti; e menami, Signor mio, ne la via de la pace e de la salute, siccome menasti lo tuo servo e profeta nel lago de' leoni, lo quale portasse lo cibo da mangiare a Daniello”.


Finito che ebbe di recitare la preghiera, il cavallo riprese a muoversi senza neanche l’ordine del padrone, così Galgano riuscì infine a giungere in quel luogo mostratogli dall’Arcangelo Michele: Montesiepi.


Con grande gioia, il Santo Cavaliere scese da cavallo ed ammirò e riconobbe il luogo. Non avendo una Croce e non potendo lavorare il legname per farsene una, estrasse la sua spada dalla guaina e la conficcò nella nuda roccia a mò di Croce. Poi si tolse il mantello, lo bucò al centro e lo indossò come abito monacale.


Dunque iniziò a progettare, in animo suo, di tornare a casa e di devolvere il suo patrimonio tutto a favore dei poveri, ma per ben tre volte fece per tornare e per altrettante volte udì una voce proveniente dal cielo che gli disse: “Galgano, Galgano, sta' fermo, perciò che in questo luogo gli tuoi dì finirai. Non si vuole al principio corrare colui che combatte, ma a la fine”.


Fu lì dunque che Galgano si stabilì, e siccome era una zona selvatica, era costretto per mangiare a scendere a valle e cibarsi delle erbe selvatiche chiamate “crescioni”.


Una notte, mentre Galgano si trovava in un luogo tra due valli, udì il demonio avvicinarsi, il quale si ingegna ad ingannare ogni uomo che voglia servire Dio.


Galgano, determinato alla lotta fece per attaccarlo e il Maligno, sorpreso da tale reazione, se ne andò.


Di lì a pochi giorni, Galgano si propose in cuor suo di andar a far visita alla Basilica degli Apostoli a Roma, per la visione che ebbe di loro.


Fu così che mentre Galgano dimorava a Roma per qualche giorno, tre uomini presi dall’invidia per la sua spada nella roccia, andarono a Montesiepi muniti di attrezzi di ferro con l’intento di estrarla dalla pietra.


Per quanta fatica ci mettessero, non riuscirono a cacciarla, neanche con gli attrezzi, e, come ultimo gesto di stizza, la ruppero e se ne andarono lasciandola a terra spezzata.


I tre allora fecero per tornare alle loro case, ma la punizione di Dio li colse sulla strada del ritorno.


Il primo di essi cadde in un fiumiciattolo e vi annegò; il secondo venne folgorato da un fulmine mentre camminava e il terzo venne attaccato da un lupo che gli si avventò contro e gli si attaccò ad un braccio; l’uomo, pentitosi di ciò che avevano fatto, chiese perdono raccomandandosi al Beato Galgano e Dio lo risparmiò facendo fuggire il lupo.


Galgano, tornando da Roma e trovando la spada rotta, provò grandissimo dolore e pensò che fosse la punizione Divina per aver lasciato il luogo mostratogli dall’Arcangelo.


Sicchè, volendo Iddio consolare la sua tristezza, gli apparve tre volte in visione e gli disse di porre la spada rotta sul pezzo che era rimasto fisso nella roccia e che la spada si sarebbe riunita più saldamente di prima.


Così fece il Cavaliere di Dio, pose la parte rotta sulla roccia e la spada si rinsaldò ed ancora oggi è lì, anche se ha dovuto passare nel corso dei secoli parecchie peripezie.


Successivamente Galgano si costruì una cella a mò di romito, nella quale di giorno e di notte vagava in digiuni, meditazioni, orazioni e contemplazioni.


La cella era in legno e a pianta circolare, come quella della visione e sorgeva esattamente dove oggi c’è quella circolare ma in pietra.


Galgano contemplava in questa cella, spogliatosi di ogni atto e cogito terreno.


I suoi pensieri erano rivolti al cielo e con tristezza guardava alla vita materiale, così breve, così orgogliosa, così fragile come l’uomo.


Viveva cibandosi di erbe, altro non richiedeva il suo corpo.


Fino a quando nostro Signore decise di porre fine alla sua vita sacrificata e lo accolse nel Regno Eterno dei Santi ancora in giovane età.


Ecco cosa scrissero successivamente i suoi frati:


“Visse el beato Galgano in questa heremitica vita et conversione uno anno meno due dì; et fu sepolto con grande honore e reverentia ne la detta sua cella, ove poi si fece una chiesa ritonda come l'angelo gli aveva mostrato in visione, ne la quale continuamente gli miracoli sono multiplicati. A laude e gloria del nostro Signore Gesù Cristo, lo quale regna col suo Padre in secula seculorum. Amen”.






La Spada, ricostruzione storica



Garlaschelli ha passato in rassegna varie fonti nelle quali, nel corso dei secoli, la spada è descritta o raffigurata, comprovando un costante culto fin dalle origini. Le fonti storiche medievali e le raffigurazioni corrispondono perfettamente alla Spada che è ancora oggi visibile.


La Spada sembra corrispondere esattamente, per quanto concerne lo stile, a una vera spada del XII secolo, e più esattamente del tipo X.a della classificazione ormai universalmente accettata di Ewart Oakeshott. Si tratta di uno dei massimi esperti di spade medievali, consulente alle Royal Armouries di Leeds.


Sono stati ripercorsi gli avvenimenti che hanno interessato la spada dal 1915 in poi, anche grazie a testimoni oculari ancora in vita.


La Spada fino al 1924 circa era conficcata in una fessura della roccia e poteva essere estratta al contrario di quanto riportano le più antiche testimonianze tutte, di sicuro dev’essere accaduto qualcosa alla Spada tra il 1750 ed il 1915.


La roccia era coperta da una sorta di grata metallica.


L’allora parroco don Ciompi bloccò la lama versando del piombo fuso nella fessura. La grata fu eliminata.


La spada fu però spezzata negli anni 60 durante un atto vandalico. Il moncone fu fissato sopra la parte di lama ancora nella roccia applicando del cemento. Il cemento fu poi sostituito con altro di colore adeguato.


La spada fu spezzata di nuovo nel 1991 da un secondo vandalo, e ancora sistemata con cemento. Fu poi applicata l’attuale cupola protettiva di plexiglas.




Le analisi scientifiche



Gli esami scientifici svolti sulla roccia sono stati eseguiti dal Prof Luigi Garlaschelli, ricercatore del Dipartimento di Chimica dell’Università di Pavia; per il coordinamento, e l’indagine agiografica Maurizio Calì, sotto concessione di Don Vito Albergo, il responsabile della Cappella e di S.E. l’Arcivescovo di Siena.


Dal 17 gennaio 2001 ha preso il via un vasto programma di analisi sulla spada di San Galgano e sulla rotonda di Montesiepi di Chiusino (SI).


Varie ricerche sono già state effettuate da varie facoltà ed ultimamente anche da parte di “Focus”, celebre rivista scientifica.


Sono stati adoperati i migliori mezzi attualmente a disposizione, a cominciare dal geo-radar (un radar capace di penetrare in grande profondità) al fine di esplorare il terreno vicino alla pietra alla ricerca di grotte, cavità nel sottosuolo, antiche mura etc. Il responsabile radar è il Prof. Finzi dell’Università di Padova.


Sono stati effettuati rigorosi test in questo senso per accertarsi che la roccia non fosse cava lì dove fu infissa la spada facilitandone quindi l’entrata, gli scettici teorizzavano anche che la spada in realtà fosse senza lama e che quindi si avrebbe solo l’illusione ottica di una spada piantata così in profondità in una roccia.


I risultati dei test sono ancora una volta sbalorditivi, non solo la roccia non presenta alcuna cavità, ma la lama è all’interno di essa e sembra aver passato la pietra come fosse burro caldo.


Il giorno 18 maggio 2001 si è proceduto a un’ispezione del manufatto. Il tentativo eseguito era di praticare un piccolo foro nella roccia sperando di raggiungere la cavità in cui si troverebbe la lama, e il blocco di piombo che la tiene.


E’ stato infatti praticato un foro di circa 11 mm di diametro, corrente verticalmente e parallelamente a poca distanza dalla posizione presunta della lama cementata.


Il Dott. Remo Vernillo (Facoltà di Medicina dell’Università di Siena) ha spiegato come l’interno del foro sia stato ispezionato con un endoscopio a fibre ottiche, e sulle difficoltà tecniche dell’operazione. Non si è però incontrato altro che roccia.


Una piccola parte del cemento è stato allora asportato dalla base della spada emergente, che è stata liberata e tolta. La parte di lama sottostante era ancora invisibile.


Un secondo foro è stato praticato in direzione obliqua rispetto al primo, incontrando dopo pochi centimetri una superficie metallica visibile all’endoscopio.


Altro cemento è stato allora asportato, mettendo a nudo alcuni centimetri della lama sottostante.


E’ stato verificato che gli orli della frattura dei due pezzi combaciano, e si può quindi legittimamente ritenere che la parte spezzata sia effettivamente parte della spada originale.


I due monconi sono successivamente stati accostati e tenuti in posizione per motivi estetici, tramite un piccolo morsetto metallico facilmente asportabile e che non danneggia in alcun modo il manufatto in attesa di possibili ulteriori interventi.


Nel corso delle operazioni erano state raccolte con un magnete alcune piccole scagliette, già staccate dalla parte di lama cementata. Esse sono state inviate per un’analisi al microscopio elettronico a scansione al Dipartimento Innovazione Meccanica e Gestionale, Università di Padova, (Prof. Ramous) nella speranza di ottenere indicazioni circa la struttura del metallo, i trattamenti subiti (tempera, ricottura, ecc) e con l’intento di verificare, tra l’altro, se vi fossero elementi in contrasto con la supposta origine medievale del manufatto stesso.


Purtroppo i frammenti non contenevano metallo, ma erano costituiti da semplici ossidi di ferro e quindi non utilizzabili ai fini della prevista analisi.


Uno di questi frammenti è stato comunque analizzato per Spettroscopia di Assorbimento atomico presso il Dipartimento di Chimica Generale dell’Università di Pavia (Prof. Gallorini e Rizzio), evidenziando la presenza di cadmio, rame, nichel e piombo in tracce, in concentrazioni tali da rientrare nella norma per un metallo medievale e da non indicare utilizzo di leghe o acciai moderni.


Tra le indagini future, Garlaschelli ha citato la possibilità di eseguire analisi per attivazione neutronica, spettrometria di massa, confronto con minerali ferrosi toscani, analisi metallografiche classiche e radiografie alla ricerca di iscrizioni nascoste, nonchè l’asportazione della vernice protettiva applicata anni fa, in un’opera di restauro generale.




Chiunque volesse partecipare a vario titolo a questa ricerca può visitare il sito: Enigma Galgano (http://web.infinito.it/utenti/e/enigmagalgano/).




Ecco una frase tratta dal sito ufficiale della ricerca scientifica sul mistero di San Galgano:


“Mentre la Rotonda di Montesiepi ci riporta, con la sua Spada nella Roccia, alla saga di Re Artu, la grande Abbazia ci riserva, con la sua Geometria Sacra, altre sorprese sia "musicali" e sia "egizie".


Forse i bravi monaci Cistercensi di San Roberto di Molesme e di San Bernardo di Chiaravalle sapevano di più di quanto hanno lasciato scritto”.


Storia davvero entusiasmante!

La storia di San Bevignate

                                                                      


Da questo post in poi prenderemo in considerazione la storia la vita le leggende di alcuni santi particolari esistiti e non.
Incominciamo la ns. carrellata con un santo "templare" San Bevignate.



particolare di scena affrescata nella chiesa perugina di San Bevignate, raffigurante monaci templari in Terrasanta
Chi fu in realtà Bevignate, il monaco eremita che nonostante la mancata canonizzazione da parte della Santa Sede, continuò ad essere venerato come un santo dal popolo di Perugia?
Il mistero che avvolge questo enigmatico “santo non santo”, e  la sua storia, si lega in qualche modo a quella dell’ordine dei cavalieri templari.
La chiesa templare a lui intitolata: è un imponente edificio costruito intorno al 1260 alle porte di Perugia, decorato all’ interno con interessanti affreschi tuttora ben conservati. Considerata tra le più importanti testimonianze architettoniche e artistiche dell’ordine dei cavalieri templari, la chiesa di San Bevignate venne edificata al posto di un’antica cappella – già dedicata a San Girolamo – appartenuta alla ricca e potente domus templare perugina. Presso quell’antico oratorio Bevignate era vissuto da eremita (non si sa bene in quale epoca), e per i suoi molti miracoli fu sempre venerato come un santo dalla popolazione di Perugia.
Alcuni studiosi consultando le rare fonti agiografiche che parlano di Bevignate, era vissuto in età paleocristiana, oppure era stato egli stesso un monaco templare, vissuto e morto all’inizio del XIII secolo ? E in tal caso come è possibile che il suo culto, radicato e sentito a livello locale, sia rimasto circoscritto soltanto nel territorio di Perugia? Non è invece più probabile che il culto per la sua figura si sia diffuso anche oltre i confini del contado perugino?

al 4 di ottobre, una nota obituaria aggiunta da un monaco templare, ricorda la data di morte di San Francesco d'Assisi
Lungo l’antica via Francigena fino a giungere a Modena, presso l’Archivio capitolare del duomo,  un antico codice liturgico del XII secolo: il Missale vetus ad usum templariorum. Nelprezioso manoscritto : l’eremita perugino non fu un santo conosciuto solo a livello locale, ma fu invece venerato anche al di fuori del territorio perugino.
L’analisi testuale del codice medievale prova infatti che Bevignate fu venerato dai monaci templari che risiedevano nel monastero da cui proveniva il manoscritto: una domus templare situata lungo l’importante e trafficata via Francigena, dove verosimilmente transitarono e furono ospitati migliaia di pellegrini, che a loro volta ebbero quindi modo di conoscere e venerare il santo eremita perugino.
 Il manoscritto utilizzato dai Templari, sul cui fronte è scritto Missale Vetus ad Usum Templariorum, è costituito da duecentoventuno fogli in pergamena, introdotti da un interessantissimo calendario liturgico. Ed è proprio sfogliando le prime sette pagine di questo calendario che introduce il messale, che si è potuto verificare l’esistenza delle note obituarie, aggiunte a mano in un periodo successivo alla stesura del codice da almeno dieci diversi monaci templari amanuensi.

affresco dalla chiesa di San Bevignate a Perugia: nonostante la mancata canonizzazione Bevignate è rappresentato con l'aureola
Particolarmente emozionante è stato scoprire che, in corrispondenza delle rispettive ricorrenze funebri, sono riportati i nomi di ben tredici Gran Maestri dell’ordine templare, dal primo fondatore Ugo de Payns, fino a Guglielmo de Chartres. Non meno interessante è stato trovare annotato, in corrispondenza del giorno 17 maggio, il nome del templare Pietro da Monte Cucco, allora rettore della domus di Modena. Un’altra sorpresa che questo manoscritto ha riservato agli studiosi è la nota obituaria del re di Francia Filippo II Augusto, registrata in corrispondenza del 14 giugno, dove si legge chiaramente: “obiit venerabilis Philippus Rex Francie“.
Sorpresa ancora piu grande questo manoscritto la riservata alla scoperta che al giorno 12 di maggio, laddove il calendario liturgico ricorda i santi Nereo, Achilleo e Pancrazio, una nota obituaria aggiunta a mano con scrittura gotica corsiva segnala il decesso di “S. Benvegnati”.

Al 12 di maggio si legge il nome di San Bevignate. Al 16 di maggio il nome del templare Pietro da Monte Cucco.
Dall’analisi ortografica e fonetica delle aggiunte e delle correzioni postume, gli studiosi hanno potuto stabilire l’appartenenza del codice liturgico di Modena all’area dell’Italia del nord. San Bevignate non è ovviamente il solo santo aggiunto nel calendario liturgico nel corso del XIII secolo. Ci sono ad esempio anche i nomi di San Francesco (al 4 di ottobre) e quello di San Tommaso Becket (anch’egli venerato dai templari).
Sarebbe interessante poter scoprire il nome e la provenienza del monaco templare amanuense che registrò Bevignate come santo, nonostante l’eremita non risultasse canonizzato dalla Santa Sede. Ad aggiungere il nome di Bevignate nel manoscritto potrebbe essere stato un templare della magione piacentina, o forse un monaco di quella modenese. Di certo si sa che ben dieci mani diverse si alternarono negli anni aggiungendo via via nuove note obituarie. Inoltre l’analisi ortografica conferma che il nome di San Bevignate fu trascritto da quella stessa mano che annotò pure, al 4 di ottobre, il nome di san Francesco di Assisi. Il che ci fornisce un’ utile informazione sulla datazione della nota obituaria, verosimilmente non inserita prima del 1226, anno di morte del santo di Assisi la cui canonizzazione avvenne nel 1228.


San Bevignate benedicente, affrescato nella chiesa templare di Perugia






E’ dunque confermato che Bevignate fu conosciuto anche fuori dei confini del contado perugino, e soprattutto che fu venerato all’interno dell’ambiente dei cavalieri templari. Lo dimostrerebbe non solo il fatto che il suo nome risulta annotato accanto ad eminenti personaggi come i gran maestri dell’ordine cavalleresco e il re di Francia, ma anche il fatto che nella magione templare da cui proveniva il messale, era conservata una reliquia di Bevignate.
Accanto al suo nome annotato al 12 maggio, si nota chiaramente una rasura dove precedentemente qualcuno aveva scritto: “Hic est reliquie“. Forse si trattava di un osso del corpo di Bevignate, in ogni caso di una reliquia a lui appartenuta che fu conservata e venerata in un monastero templare situato lungo la via Francigena. Come dubitare allora che essa sia stata oggetto di venerazione per i molti devoti che transitavano lungo la famosa via di pellegrinaggio? Forse la preziosa reliquia venne in seguito trafugata, o più semplicemente fu portata in un altro monastero, e questo potrebbe aver indotto i fruitori del messale a cancellare successivamente dalla pergamena la notizia riguardante la reliquia.
Ecco la vera storia del misterioso eremita perugino che non fu mai canonizzato dalla Chiesa, nonostante le numerose e continue richieste che i Perugini e i Templari formularono in tal senso.


Per approfondimenti:
Missale Vetus ad Usum Templariorum di Cristina Dondi, in Aevum, Rassegna di scienze storiche linguistiche e filologiche, Anno LXVIII maggio-agosto 1994.
Templari e ospitalieri in Italia. La chiesa di S. Bevignate a Perugia, a cura di M. Roncetti, P. Scarpellini, F. Tommasi, Milano, Electa/Editori Umbri Associati, 1987.
Bevignate il santo di templari e flagellanti” di A. Bazzoli, in www.evus.it
Il mistero della canonizzazione negata” di A. Bazzoli, in www.evus.it
La chiesa templare che sorse nel bosco sacro” di A.Bazzoli, in www.evus.it
Il Templare e il flagellante di A. Bazzoli in Fuaié n. 6 Giugno 2005
Anche un re tra i cavalieri del tempio. Articolo di A. Bazzoli in La Provincia (Corriere dell’Umbria) 29 gennaio 2005

Gianni Bondesan